Ho avuto il mio primo computer a 9 anni. Un Olivetti Logabax con processore 8086, generosamente dotato di 256ko di RAM (sì sì, è proprio un k), di un disco rigido da 20Mo (all’epoca era una cosa incredibile, l’equivalente di 60 floppy da 5 pollici e 1/4) e di uno schermo a 16 colori. Ho scritto i miei compiti delle medie con Wordperfect e li ho stampati tutti su una macchina a 9 aghi, con carta a risvolti. Ho programmato il mio primo Master Mind a 13 anni in Basic, in un’epoca in cui ogni riga di codice aveva un numero che serviva da riferimento. Ho conosciuto Windows 1.0, su cui ho provato invano a installare un mouse quadrato con una pallina di gomma.
La grande epoca dei sistemi proprietari
In quel periodo, l’informatica era ancora nello stadio in cui evolvono la filosofia delle Età pre-Illuministiche. Per un singolo uomo era ancora possibile conoscere circa tutto ciò che si poteva fare nel settore. È lì che giganti come Microsoft, Apple, HP e altri IBM hanno costruito il loro impero, rendendo il mondo intero dipendente dai loro sistemi proprietari.
Il seguito lo conoscete: ci viviamo dentro tutti i giorni. I primi tempi di Internet, l’esplosione del digitale in tutti gli ambiti, l’interconnessione tra sistemi e persone, il web, Altavista, Yahoo, Google. L’informazione è ovunque, eppure ormai nessuno più la vede.
L’emergere dell’Open Source
In mezzo a questo apparente caos, tra le società commerciali e gli interessi mercantili, è emersa una nuova comunità, composta dai famosi geek (quelli veri, non quelli simpatici che fanno baldoria con un tablet su BFM TV). Conoscete quei tipi che si prendono in giro scherzosamente perché amano l’informatica, hanno dei bottoni in faccia e delle ragazze solo come sfondo del desktop. Questa comunità, anzi queste comunità, sono i migliaia di piccoli soldati dell’ombra che hanno realizzato un’impresa unica nella storia: mettere in comune la propria intelligenza, ovunque nel mondo. Hanno creato Linux (il kernel di base di Android, il sistema più usato al mondo nel settore dei server e del cloud), Libre Office, WordPress, Plone… l’elenco è infinito. Lo chiamano Open Source. Un passo alla volta, questi sistemi informatici liberi hanno invaso il pianeta. Certo, c’è un business dell’Open Source, ma alla base il 90% degli sviluppatori che hanno dato vita a questo movimento l’ha fatto per piacere e per amore della sfida tecnica.
Ricevere prima di dare
In passato ho sviluppato anch’io alcuni moduli Zope / Python, nei limiti delle mie capacità e possibilità. Mi è anche capitato spesso di dispensare qualche consiglio tratto dall’esperienza nei forum. Non l’ho mai fatto con l’idea di ottenere qualcosa in cambio. Il ritorno, però, l’ho avuto molto prima di iniziare: grazie all’accesso gratuito e con un clic a sistemi straordinari, che permettono a chi sa padroneggiarli di realizzare tutto ciò che l’immaginazione può concepire. L’Open Source è “coinvolgente – coinvolgente”, e non “dare – dare”. Una sfumatura importante: si riceve prima di dare nel 100% dei casi. L’intelligenza collettiva si accumula e tutto ciò che si costruisce si basa sul dono delle generazioni precedenti.
I residui del passato
Eppure il 95% della popolazione mondiale continua a usare Windows. Non per scelta, ma per obbligo. Inondando il pianeta con il suo programma, il colosso americano è riuscito a prendere in ostaggio l’intera popolazione mondiale, imponendo rispetto. Il sistema è talmente radicato nelle nostre abitudini che il costo del cambiamento rende l’operazione quasi impossibile su scala globale. E qui niente domande sull’intelligenza collettiva. 100% proprietario, 100% chiuso, 100% soldi.
Il web, terreno di gioco dell’Open Source
Nel mondo del web, per fortuna, la comunità Open Source è stata la più forte. Pur offrendo una proposta diversificata, ha reso vani tutti i tentativi di sviluppare soluzioni proprietarie su larga scala. La comunità non ama i furbetti che si appropriano di un codice Open Source, lo personalizzano a modo loro e nel loro angolo, e poi lo rimettono in circolo riscaldato con l’etichetta “Maison” e un discorso commerciale che svaluta il lavoro della comunità (troppo grosso, troppo standardizzato, lo conoscete con la pubblicità).
Ma la difficoltà, con l’Open Source, è che bisogna fare una transizione tra “vendere software” e “vendere intelligenza”. E quando non si ha, addosso, un esempio del secondo, bisogna trovare altro. Proporre a un cliente un CMS Open Source significa correre il rischio che possa andarsene da qualunque altro fornitore senza ostacoli. Significa accettare la concorrenza delle idee e la messa in discussione permanente. Non tutti sono pronti.
Il ritorno del CMS proprietario
Quindi alcune agenzie hanno deciso di rifare la storia del software proprietario, molto meglio dei “cosiddetti prodotti gratis” (tra parentesi: Open Source non significa gratis, ma “libero”). Propongono così CMS “Maison”, presumibilmente Open Source. Le loro argomentazioni:
- Migliore sicurezza
- Migliore ergonomia
- Più flessibilità
Anche i più sciocchi tra noi avranno individuato la truffa. Quindi, quei ragazzi isolati con i loro 4 sviluppatori “maison” campioni del mondo di codice credono di riuscire a fare molto meglio delle migliaia di imbecilli che si affannano nel loro tempo libero a migliorare un sistema usato da milioni di persone. Tutto ciò non è serio.
Sicurezza sotto WordPress: bisogna solo occuparsene
Gioiscono però di veri paradossi. Poiché WordPress è il CMS più usato al mondo, è logico che sia il bersaglio preferito degli hacker. Se trovate una falla, potete sfruttarla potenzialmente su migliaia di siti. È per questa ragione che bisogna affrontare la questione con serietà: mantenere il sistema aggiornato, predisporre meccanismi di autenticazione sicuri, scegliere password adatte, ecc. ecc. Le grandi società e organizzazioni usano WordPress. Ma nessuno è al sicuro.
Per il CMS del vicino, invece, si sta tranquilli: nessuno lo conosce. Quindi gode di una relativa tranquillità dovuta al legittimo anonimato in cui si trova. A meno che… nel giorno in cui un hacker vuole davvero occuparsene e interessarsi al suo caso, pregate che i vostri campioni del mondo abbiano solide conoscenze di sicurezza informatica. Chissà, magari finiranno per chiedere aiuto su un forum comunitario, dove anime buone potrebbero aiutarli.
Non mi soffermerò sugli altri aspetti: con WordPress si può fare assolutamente tutto, con o senza moduli aggiuntivi. Ergonomia, flessibilità… Resta il fatto che non è la soluzione a tutto. Se volete creare un Intranet, esistono altre alternative più adatte (come Plone).
Un affare molto buono… per l’agenzia!
Però, per il fornitore che propone un CMS proprietario, sa molto di affare decisamente vantaggioso. Una volta conquistato, il cliente sarà prigioniero. Anche se la società annunciasse un codice “aperto”, per un altro fornitore sarebbe estremamente difficile, per non dire impossibile, riprendere il sito. Anche l’hosting sarà vincolato. Quando il sito sarà realizzato, sarà allora facile mostrare i veri prezzi per manutenzione, supporto e hosting. Il circolo vizioso è ormai innescato: il cliente può tranquillamente trasformarsi in una mucca da mungere volontaria.
Ma allora, come fanno ancora alcuni a essere così ingenui da farsi rifilare dei CMS “maison” di agenzie locali? È semplice: si fanno abbindolare da un discorso commerciale ben collaudato e da un business model astuto. All’inizio è tutto bellissimo: la realizzazione del sito non costa molto, il primo anno di hosting è offerto. È il mondo meraviglioso dei bisounours. I finanziari sono felici e l’acquirente del momento può mostrare l’efficacia della sua negoziazione. Poi le cose si complicano. Conosco un cliente che ha uno di questi sistemi. Il fornitore gli chiede 12.000 EUR per un aggiornamento per un servizio vecchio e superato. Io gli propongo di cambiare: ma non ci pensate, come recupero i miei dati? E appunto: non sono più i vostri. E ciliegina sulla torta: il nome di dominio è gestito dal fornitore. Ed è così che si riparte per altri 5 anni di grattacapi.
La storia: una buona barriera contro l’oscurantismo
Quindi, quando sento che alcuni professori di scuole private, presunti “professionisti che hanno la propria agenzia” (sic), spiegano ai loro studenti che i CMS proprietari sono decisamente meglio, mi si spezza il cuore sulla tastiera. E mi dico che si farebbe meglio a sostituire certe persone con insegnanti un po’ più neutrali. Si potrebbe cominciare con una piccola lezione di storia dell’informatica, così da non ripetere gli errori del passato. Ogni somiglianza con la vita reale sarebbe del tutto casuale.